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TURISMO, CULTURA, EVENTI, SAPORI, TERRITORIO, MOTORI, CAMPER TOUR 

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S U C C E S S I V A

FORMAGGIO CAPRINO TRENTINO

Scritto da Annalisa Minichini

18 maggio 2012       

Formaggio a pasta semicotta prodotto con latte caprino intero pastorizzato che vanta un’antica tradizione casearia nel Trentino. Originariamente il latte di questi animali veniva lavorato in casa ed il formaggio prodotto occorreva per il solo consumo domestico. Dagli anni trenta però, la quantità di latte prodotta superava il fabbisogno personale e da qui giunse la necessità di lavorarlo in un caseificio. Ciò proseguì fino agli anni settanta ma, successivamente, l’allevamento di capre andò diminuendo, fino quasi a scomparire.

Negli ultimi dieci anni tale allevamento è ripreso con vigore ed i caseifici realizzati con le più moderne tecnologie, garantiscono la tradizione e la qualità del prodotto, riprendendo la produzione del formaggio caprino, soprattutto nei caseifici sociali di Cavalese, in Val di Fiemme, Fiavè, nelle Valli Giudicarie e nella Valle del Vanoi. La pasta di questo formaggio è di consistenza compatta, dal colore bianco o paglierino, con rada occhiatura, piccola e sparsa e dal gusto tipico, ricco e stimolante.

La forma è cilindrica ed il peso di ognuna varia dai 2 ai 3 kg, con un diametro che va dai 19 ai 21 cm e l’altezza dello scalzo di 6 - 9 cm. La crosta è liscia e dura con colore da giallastro a marrone. Può essere fresco o stagionato, dal caratteristico sapore accentuato dal periodo di invecchiamento. Il latte utilizzato deve provenire da capre alimentate con erba al pascolo in malga o fieno stabile, ed il caglio è in parte di vitello o agnello e la produzione avviene a partire dal mese di Febbraio fino a Settembre. La razione alimentare delle capre può essere integrata con mangimi semplici, ma non sono consentiti conservanti o additivi. La raccolta del latte viene fatta due volte al giorno e per ottenere questo formaggio può essere miscelato in caldaia il latte di due o tre munte, dopodiché viene riscaldato ad una temperatura di 38° - 40°.

All’aggiunta di caglio per conferire un sapore più accentuato, segue una coagulazione che dura 20 - 25 minuti con la successiva rottura del caglio fino a ridurlo della grandezza di un chicco di mais.

La lavorazione termina con la semicottura a 45°. La cagliata viene messa in stampi forati e sulla forma viene versata acqua calda. Dopo diversi rivoltamenti la forme vengono messe in salamoia per 20 - 24 ore, dopodiché passano in magazzino di stagionatura. Dopo 15 - 20 giorni è già pronto per il consumo un caprino dolce, ma i tempi di stagionatura possono prolungarsi fino a 90 giorni.

E’ ottimo da gustare al naturale, abbinato a miele e confetture locali oppure fuso, magari sulla polenta.

KAMUT … questo sconosciuto.

Scritto da Annalisa Minichini

10 aprile 2012

Il Kamut è considerato uno dei cereali più completi dal punto di vista nutrizionale.

Strettamente imparentato con il grano, la sua pianta appartiene alla famiglia delle graminacee.

Di aspetto simile, si differenzia per le dimensioni dei suoi chicchi, più grandi di circa 3 volte e per questo motivo è chiamato “grano gigante”.

Le origini sono antichissime, si pensi che già più di 5.000 anni fa era coltivato dalla popolazione egiziana e presso molte tombe dell’Antico Egitto furono rinvenuti semi di questo cereale.

Non si sa se si tratti di storia o leggenda, ma pare che durante la seconda guerra mondiale un soldato americano in Egitto ne trovò alcuni chicchi su di una tomba di un faraone. Lì spedì al padre con l’obiettivo di riprodurlo ma, dopo le prime curiosità, cadde nell’oblio.

La sua fama giunge alla ribalta solo negli anni ’70 quando, ad opera di Bob Quinn, ingegnere agronomo americano, iniziò la diffusione. A quest’ultimo si deve l’attribuzione del nome “kamut” che significa “anima della terra”.

Questo cereale è più tollerabile del grano normale e può essere utilizzato anche da chi soffre di allergie alimentari dovute al grano, con reazioni come asma e crampi addominali, ma non va assolutamente considerato alimento alternativo da parte di chi soffre di celiachia, perché anch’esso contiene glutine.

E’ molto apprezzato per le sue doti di digeribilità, assimilabilità e per le qualità nutrizionali di gran lunga superiori a quelle del comune grano. Sono presenti in grande quantità le vitamine del gruppo B ed E (con potere antinvecchiamento e antiossidante), acidi mono e polinsanturi, amminoacidi e totale assenza di colesterolo.

Gran parte del kamut in commercio è frutto di coltivazioni biologiche, possibili grazie alle sue proprietà e caratteristiche, tra cui resistenza ed adattabilità alle situazioni climatiche, senza impiego di pesticidi e fertilizzanti chimici.

In modalità di coltivazione biologica, attualmente è coltivato in diverse parti del mondo.

La concimazione avviene in modo naturale, tramite l’impiego di letame proveniente da allevamenti selezionati.

Nella sua composizione si annovera la presenza di numerosi minerali, tra cui calcio, ferro, rame, magnesio, fosforo, potassio, sodio e selenio. Quest’ultimo, grazie alle sue proprietà antiossidanti, protegge l’organismo dagli effetti dei radicali liberi, corresponsabili dello sviluppo di vari tipi di cancro e malattie cardiovascolari.

I prodotti a base di kamut, quali pane, pasta, biscotti e tanto altro, sono importantissimi per l’alimentazione quotidiana di atleti, bambini ed anziani.

Pane nero di Coimo DOP

Scritto da Annalisa Minichini

08 marzo 2012

Prodotto tipico piemontese diffuso a Coimo, frazione del Comune di Druogno, situato nella provincia di Verbanio Cusio Ossola, il pane nero di Coimo DOP (detto anche Pan Negar) viene preparato ormai dai panificatori di tutta la Val d’Ossola.

Anticamente la sua produzione avveniva solo due volte l’anno o a date ravvicinate a seconda della richiesta, ma oggi viene effettuata tutto l’anno.

Le sue origini e la sua tradizione sono molto remote e si dice costituiva il dono portato da Gesù ai bambini nel giorno di Natale.

Consiste essenzialmente in un pane rustico, prodotto per circa il 90% con farina di segale integrale più o meno fine 

(anticamente veniva utilizzata farina di grano saraceno), farina di grano tenero, acqua, sale, lievito naturale ed una minima aggiunta di lievito di birra. Bontà e genuinità sono confermate dall’assenza di grassi ed additivi. La sua crosta si presenta di un colore marrone, quasi nero, a seconda della percentuale di crusca contenuta, con una mollica piuttosto bruna, che si mantiene abbastanza umida.

Noto per essere il pane più antico della Val Vigezzo e prezioso per l’alimentazione quotidiana dei popoli che vi abitavano, ha forma rotonda ed abbastanza piatta, infatti il suo spessore non supera i 3 – 4 cm, e la sua pezzatura si aggira intorno ai 700-800 gr.

Ottimo accompagnato da un bicchiere di buon vino rosso, è buonissimo abbinato sia a pietanze dolci che salate. Lo ritroviamo, inoltre, come ingrediente ideale per la preparazione di svariati piatti, passando da sfiziosi antipasti, per prelibati primi piatti, fino a gustosi dolci.

Culatello di Zibello DOP

Scritto da Annalisa Minichini

23 febbraio 2012

Il Culatello di Zibello DOP è un pregiato salume, tipico della provincia di Parma e prodotto in vari paesi delle zone intorno le rive del fiume Po, tra cui Soragna, San Secondo, Colorno ed appunto Zibello. Catalogato tra i presidi slow food dell’Emilia Romagna, è considerato il re dei salumi, grazie anche al prestigioso riconoscimento europeo di Denominazione d’Origine Protetta. Del Culatello se ne inizia a parlare già dal 1735, a testimonianza di ciò un documento emesso dal Comune di Parma in cui vengono menzionati prezzi relativi ai salumi. Esso viene prodotto dalla parte posteriore del muscolo della coscia del 

maiale adulto, allevato secondo metodi tradizionali e macellato ad un’età di circa 14 mesi nelle sole regioni di Lombardia ed Emilia Romagna. La lavorazione può avvenire solo in una zona determinata, come indicato nel disciplinare della DOP, e può essere effettuata esclusivamente nei mesi compresi tra Ottobre e Febbraio. E’ questo il periodo in cui la Bassa parmense è avvolta dalla nebbia e dal freddo, fattori climatici necessari per ottenere un prodotto di alta qualità.

Durante la lavorazione, la coscia del maiale viene privata della cotenna, sgrassata, disossata e rifilata a mano, così da conferirle la caratteristica forma a “pera”. A ciò segue la salatura, l’insaccamento del salume nella vescica del suino e, dopo una decina di giorni circa, la legatura con lo spago. Le rimanenti parti vengono utilizzate per la preparazione di un altro gustoso salume tipico della zona, il fiocchetto. Si procede poi con la stagionatura, che dura circa 10 mesi ed accompagna il Culatello dalle nebbie invernali all’afa estiva, per arrivare sulle nostre tavole l’inverno successivo. L’alternarsi di periodi climatici secchi ed umidi, consente al Culatello una lenta maturazione, durante la quale si sviluppano sapori e profumi inconfondibili. Con lo scopo di diffondere e valorizzare questo prodotto tipico, considerato vera e propria ricchezza gastronomica, sono state istituite le Strade del Culatello, ossia interessanti percorsi, eventi e tanto altro che guidano appassionati e curiosi passo dopo passo, alla scoperta di questa prelibatezza. Così come il Museo del Culatello di Zibello, che offre la possibilità di conoscere la storia, la lavorazione e di carpirne i segreti che lo rendono patrimonio delle tavole italiane. 

Mela Annurca IGP

Scritto da Annalisa Minichini

13 dicembre 2011

Definita la regina delle mele, è un prodotto ortofrutticolo italiano tipico della regione Campania, ed Indicazione Geografica Protetta. Nota da sempre per l’elevata qualità, proprietà emollienti ed antiossidanti e le virtù salutari, è un frutto altamente nutritivo che contiene una buona percentuale di vitamina A e C, fibre e sali minerali. Ha un basso indice glicemico risultando quindi ottima per i diabetici e particolarmente indicata per i bambini. Questo gustoso e profumato frutto dal colore rosso vivo 

presenta una buccia estremamente liscia e cerosa, una polpa compatta e croccante, molto succosa e dal sapore piacevolmente acidulo ed aromatico. Testimonianze dell’antico legame tra la mela Annurca e la Campania Felix sono rinvenute negli scavi di Ercolano. Il suo nome deriva da Mala Orcula, in quanto il luogo d’origine di produzione era circoscritto intorno all’Orco, ossia al Lago d’Averno, nella zona di Pozzuoli. Oggi la produzione avviene in quasi tutte le provincie della Campania e la raccolta viene eseguita tra Settembre ed Ottobre, quando i frutti iniziano a cadere dagli alberi. La sua tipicità è caratterizzata dal periodo di “arrossamento”, procedura durante la quale i frutti raccolti vengono riposti in melai (graticci realizzati con strati di trucioli in legno, aghi di pino o paglia), nei quali sono disposti su file e le parti meno rosse vengono esposte alla luce. La mela Annurca, oltre ad essere gustata al naturale cotta o cruda, costituisce ottimo ingrediente per la preparazione di ricette sia dolci che salate.

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